venerdì 9 settembre 2011

Congestione nasale

Insieme alla tosse è il sintomo che più frequentemente viene riferito durante l’infezione alle alte vie respiratorie. I decongestionanti nasali che sono somministrati per via topica o sistemica hanno indicazioni per rinite, faringite acuta e catarrale, rinite allergica, infiammazione nasale e paranasale, sinusite ecc. e spesso sono associati ad altri farmaci come gli antistaminici e, più che essere prescritti, sono acquistati su iniziativa personale.

Vengono utilizzati diversi principi attivi che grosso modo possono essere classificati in due gruppi: i derivati delle catecolamine (efedrina, fenilefedrina, p-ossifenilpropilamina iodidrato ecc.) e i derivati imidazolinici (ossimetazolina, nafazolina ecc.) e ricordiamo per esempio Rinazina spray, Deltarinolo, Otrivin, Vicks Synex, …

Gli studi effettuati su una popolazione adulta hanno dimostrato l’efficacia nell’alleviare il sintomo e sembra che la via di somministrazione (topica o orale) non dia significative differenze nel risultato inoltre, se il farmaco è assunto per un breve periodo, si ha un basso rischio di effetti collaterali; altri studi hanno evidenziato come l’utilizzo di decongestionanti per più di 5 giorni consecutivi possano dare reazioni avverse a livello locale come irritazione delle mucose ed il più grave fenomeno della ricongestione, l’uso prolungato di queste sostanze, che di per sé sono vasocostrittrici, può determinare una conseguente vasodilatazione seguita da ricongestione, questo ciclo vizioso induce la persona, ignara di questo meccanismo, ad abusare del prodotto per ottenere lo stesso risultato, fatto questo che a lungo andare fa sì che le sostanze attive vengano assorbite dalla mucosa nasale e causare a livello sistemico effetti sul sistema nervoso centrale (cefalea, depressione respiratoria ecc.) e sull’apparato cardiovascolare (ipertensione arteriosa, tachicardia, ipotensione arteriosa ecc.).

Per i bambini invece non esistono evidenze sperimentali sull’efficacia dei decongestionanti nasali anzi, due ricerche condotte su bimbi al di sotto dei 12 anni con prodotti decongestionanti e antistaminici insieme non hanno riportato differenze rispetto ai risultati in placebo. Le differenze anatomiche e la diversa risposta farmacologica tra bambini ed adulti fanno sì che l’estrapolazione dei dati da ricerche su adulti riguardanti le dosi efficaci siano poco attendibili. Infatti la maggior parte dei preparati in commercio non è testata su pazienti in età pediatrica ed è per questa ragione che l’Agenzia Italiana per il Farmaco ha adottato un provvedimento che vieta la somministrazione di decongestionanti nasali ad azione simpaticomimetica nei bimbi al di sotto dei 12 anni. Relativamente a quest’ultimi prodotti, sono state segnalate delle reazioni, anche gravi, proprio in bambini piccoli, al di sotto di 1 anno e tra 1 e i 3 anni di età, che riguardano la cute (eritemi, orticaria, prurito…), il sistema nervoso centrale (contrazioni muscolari, agitazione, pallore, letargia, iperattività…), l’apparato respiratorio (dispnea, apnea, broncospasmo…), l’apparato cardiovascolare (vasodilatazione, extrasistoli, tachicardia…) e la mucosa nasale (rinite medicamentosa).
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lunedì 30 maggio 2011

Tecnico sanitario di radiologia medica

l tecnico sanitario di radiologia medica (abbreviato in TSRM) è il professionista dell'area tecnico-sanitaria che, in autonomia o collaborazione, opera con il medico radiologo, radioterapista, medico nucleare, fisico sanitario e con tutte quelle figure mediche e sanitarie nell'ambito d'impiego di radiazioni ionizzanti. Per svolgere questa professione è necessaria la laurea triennale, ottenibile frequentando un corso universitario di primo livello in Tecniche di Radiologia Medica, per Immagini e Radioterapia, presso le facoltà di medicina e chirurgia. Può esercitare solo dopo l'iscrizione al rispettivo collegio provinciale di residenza. I collegi provinciali sono riuniti nella Federazione Nazionale che si articola in 69 Collegi provinciali e interprovinciali. Attualmente sono iscritti agli Albi Professionali italiani 21.600 Tecnici Sanitari di Radiologia Medica.
Il TSRM opera, in qualità di dipendente o di libero professionista, in qualsiasi ambito che prevede l'utilizzo di sorgenti radiologiche sia artificiali che naturali, di energie termiche, ultrasoniche, di risonanza magnetica nucleare, cioè nelle strutture ospedaliere ed extraospedaliere del Sistema Sanitario Nazionale e nelle analoghe strutture private ed istituti di ricovero e cura a carattere scientifico; industrie di produzione e agenzie di vendita operanti nel settore della diagnostica per immagini e radioterapia; centri di ricerca universitaria ed extrauniversitaria nel settore biomedico. A questo personale, tenuto a prestare la propria opera nelle "zone controllate", viene corrisposta una indennità professionale specifica. L'accesso alla professione nel settore pubblico avviene tramite concorso.
Si rivolge al paziente malato (diagnosi, terapia e interventistica) o sano (prevenzione) per lo svolgimento, su prescrizione medica, degli esami radiologici standard o di quelli che richiedono l'impiego di apparecchiature più sofisticate, per l'esecuzione delle terapie radianti e in tutte quelle attività legate all'impiego di sorgenti radioattive, a risonanza magnetica nucleare e delle apparecchiature ad esse connesse, nel rispetto delle norme di radioprotezione previste dall'Unione Europea.


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giovedì 19 maggio 2011

Aneurisma cerebrale

L’aneurisma cerebrale è un rigonfiamento di un vaso sanguigno del cervello, nella maggior parte dei casi assomiglia a una specie di bacca che cresce a diretto contatto con il vaso sanguigno.

L’aneurisma può rompersi, causando un’emorragia all’interno del cervello (ictus emorragico); nella maggior parte dei casi l’aneurisma si sviluppa e si rompe nello spazio tra il cervello e le membrane che lo avvolgono. Questo tipo di ictus emorragico è detto emorragia subaracnoidea.

La rottura di un aneurisma è una situazione molto rischiosa che richiede un immediato intervento medico.

La maggior parte degli aneurismi, tuttavia, non si rompe e non crea problemi né sintomi. Gli aneurismi di questo tipo spesso vengono scoperti durante gli esami per altri disturbi.,Ii alcuni casi può essere necessaria una terapia per un aneurisma che non si è rotto, per prevenirne un’eventuale futura rottura.

Cause

Gli aneurismi cerebrali sono una conseguenza dell’assottigliamento e della degenerazione delle pareti arteriose, spesso si sviluppano in corrispondenza delle biforcazioni delle arterie, laddove i vasi sanguigni sono più deboli. Gli aneurismi possono formarsi in qualsiasi zona del cervello, ma nella maggior parte dei casi colpiscono le arterie alla base del cervello.

Fattori di rischio

Diversi fattori possono contribuire all’indebolimento delle pareti arteriose ed aumentare così il rischio di aneurisma cerebrale.

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sabato 7 maggio 2011

Ittero del neonato

L’Ittero del neonato rappresenta uno degli eventi parafisiologici piu’ frequenti in eta’ neonatale, e, secondo alcuni autori, esso e’ presente nel 60% dei neonati a termine ed in oltre l’80% nei neonati pretermine. La caratteristica colorazione gialla della cute e delle mucose, e’ dovuta all’accumulo nel plasma e nei tessuti della bilirubina, pigmento prodotto dalla degradazione dell’eme che rappresenta la parte centrale dell’emoglobina. Se al momento del parto si verifica uno stato anemico (distacco di placenta, trasfusione feto placentare, ecc.) il colorito giallo-arancio del comune ittero si trasforma invece in color giallo-limone.
Così se il neonato itterico non deve essere considerato "malato", essendo l’ittero una affezione parafisiologica, vi e’ tuttavia una serie di patologie congenite ed acquisite che possono manifestarsi precocemente alla nascita solo con una sintomatologia itterica.
Di fronte ad ogni neonato itterico si pongono con molta delicatezza alcuni problemi che sono rappresentati da:

1) limiti dell'ittero fisiologici;

) identificazione precoce e trattamento tempestivo dei soggetti "a rischio" per ittero patologico;

3) diagnosi differenziale degli itteri patologici.

Per rendersi conto meglio di questa problematica e’ bene tenere presenti i complessi meccanismi legati alla produzione, al trasporto plasmatico, al metabolismo ed alla eliminazione della bilirubina, ed alcune caratteristiche tipiche dell’eta’ neonatale che sono responsabili dell’ittero fisiologico.


PRODUZIONE

La bilirubina e’ il prodotto finale del catabolismo dell’eme che e’ il principale costituente dell’emoglobina.
Essa proviene per il 75% "dall’eme eritrocitario", vale a dire dall’eme dei globuli rossi distrutti per senescenza nelle cellule del Sistema Reticolo Endocitario, e per il 25% dal così chiamato "eme non eritrocitario", cioe’ da quello proveniente dall’eritropoiesi inefficace midollare. E’ bene a questo punto ricordare che gli eritrocoti fetali hanno un tempo di sopravvivenza piu’ breve che negli adulti (90 giorni contro 120), e cio’ comporta una esaltata, anche se transitoria, emocateresi nei primi giorni di vita. Non deve neppure essere sottovalutato lo scarso apporto calorico dei primi due-tre giorni di vita. Vi e’ infine la possibilita’ della persistenza della circolazione enteroepatica della bilirubina deconiugata nell’intestino ad opera della beta-glicuronidasi; meccanismo esaltato da ogni condizione che determina un rallentamento all’emissione del meconio (patologia dell’apparato digerente, ritardato inizio dell’alimentazione ecc.).

Tutte queste circostanze concorrono in varia misura ad una produzione, nel neonato normale, di bilirubina che va dai 6 agli 8 mg/Kg di peso nelle 24 ore e che si traduce praticamente in un graduale aumento del tasso serico di bilirubina nei primi 4 giorni dalla dimissione se questa, nei casi di parti fisiologici, avviene nelle prime 48 ore dal parto

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giovedì 21 aprile 2011

BYTE OD ORTOTICO

Il byte od ortotico, è un manufatto mobile in resina trasparente, quindi con una buona estetica, che ha due funzioni importanti in gnatologia : A) rilassare i muscoli masticatori e del collo B) decomprimere e decongestionare l'ATM e la cavità glenoidea
In bocca si nota ben poco e quasi da subito il paziente riesce a parlare tranquillamente.
Si utilizza sia a scopo diagnostico, che terapeutico.
Nell'utilizzo diagnostico, viene portata dal paziente a seconda della gravità del caso, solo la notte o tutto il giorno per un periodo di sei mesi .
le visite saranno quindicinali e si faranno aggiustamenti continui,avvalendosi anche di una scheda dolori che il paziente compilerà giornalmente.
alla fine di questo periodo che dura almeno sei mesi si trova una posizione mandibolare- mascellare superiore di equilibrio ed a quel punto si costruirà la bocca attorno a quella posizione utilizzando un molaggio selettivo dei denti, o spostando i denti ortodonticamente od ancora rialzando l'occlusione protesicamente.
Visione laterale destra dell'ortotico si noti il pochissimo ingombro
Visione laterale sinistra.
L'altro possibile utilizzo del byte è quello terapeutico,allorquando non ci è consentito di finalizzare il lavoro in bocca, secondo il nuovo equilibrio raggiunto in fase diagnostica, bisogna pur mantenerlo nel tempo ,così il byte verrà portato per un tempo maggiore ed in alcuni rari casi a vita.
L'uso prolungato del byte, ove possibile, è da evitare perchè il meccanismo di azione del byte è quello di determinare una parafunzione correttiva di un'altra parafunzione patologica presente in bocca.
Ovviamente tanto più è prolungato l'uso del byte tanto più sara' necessario fare aggiustamenti fino alla sostituzione dello stesso.
Il byte ha due effetti importanti : il primo è che rilassa i muscoli della masticazione e del collo, portando spesso ad una risoluzione di cefalee muscolo tensive; il secondo è che decomprimendo l' articolazione temporo-mandibolare decongestiona la cavita' glenoidea ed il sottile setto osseo che la separa dall'orecchio medio, risolvendo quei dolori e quegli acufeni che, simulano, ma ,non sono otiti.
BYTE visto frontalmente si noti la trasparenza del manufatto.
BYTE in bocca visto sempre frontalmente.


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La cistite

La cistite è un’infiammazione della vescica che colpisce 9 donne su 10 almeno una volta nella vita.
Le donne sono più a rischio degli uomini per due motivi. Primo: la brevità dell’uretra, condotto che porta l’urina all’esterno (3 cm contro i 12-13 dell’uomo e pertanto maggior facilità di risalita dei germi). Secondo: la vicinanza con la vagina rende la vescica più sensibile ai microtraumi meccanici causati da un rapporto sessuale, specialmente se coesiste una scarsa lubrificazione.

I classici disturbi della cistite sono lo stimolo frequente ad urinare, il bruciore quando la vescica si svuota, il senso di pesantezza al basso ventre e le perdite di sangue con l’urina.
L’80% delle cistiti sono causate dai batteri intestinali: il più comune è l’Escherichia Coli.
Alcune cistiti, invece, sono chiamate “da passione”, perché compaiono 24-48 ore dopo i rapporti sessuali: si tratta di infiammazioni meccaniche, senza la presenza di batteri.
Spesso si associano ad un ipertono del muscolo che circonda la vagina e l’uretra (muscolo elevatore dell’ano), il cui stato di tensione aumenta la probabilità di microtraumi meccanici nella zona genitale durante la penetrazione, ma soprattutto è possibile che non sia raggiunta un’eccitazione tale da assicurare un’adeguata lubrificazione.

L’esame strategico per la cistite è l’urinocoltura: una volta identificato il germe si sceglie l’antibiotico più efficace.
L’assunzione giornaliera di 1-2 litri di acqua è utile per diluire la concentrazione di batteri presenti nelle vie urinarie.
Se la cistite, invece, è legata ai rapporti sessuali, bisogna intervenire anche sui muscoli perivaginali con la ginnastica perineale, che aiuta a distendere in modo corretto tali muscoli.
Per evitare future infezioni, infine, sono utili gli estratti di mirtillo che impediscono l’adesione dei batteri alle cellule delle vie urinarie.
Precauzioni efficaci per combattere la cistite sono l’accurata pulizia della zona genitale, in particolare prima e dopo i rapporti sessuali; l’uso di detergenti intimi con un pH intorno a 5; l’attenzione alla direzione in cui ci si lava: sempre dal davanti all’indietro, mai viceversa, per non contaminare con i batteri intestinali.


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lunedì 18 aprile 2011

INTERVENTO DI CHIRURGIA ESTETICA DI ADDOMINOPLASTICA

Viene presentato  un intervento di addominoplastica per ernia addominale, diastasi (severa) dei muscoli addominali, eccesso di pelle e di tessuto adiposo dell'addome medio e basso. L'addominoplastica è combinata con intervento di isterectomia totale ed annessiectomia bilaterale, con sospensione della cupola vaginale ai legamenti rotondi ed utero sacrali2. Prima dell'intervento si discute a lungo con la paziente3 per informarla su rischi4, complicanze, sia generici, legati ad ogni intervento chirurgico, sia specifici, legati all'intervento di addominoplastica e di riduzione dell'ernia addominale. Tutto quanto già detto verbalmente verrà riportato in dettaglio sul consenso informato scritto che la paziente, firma alcuni giorni prima dell'intervento.
L'intervento:
Terminato il tempo chirurgico ginecologico, subentra al tavolo operatorio il chirurgo plastico che prolunga l'incisione, bilateralmente, fino alle spine iliache anteriori. Viene isolato il peduncolo ombelicale con incisione circolare. Scollamento sul piano pre-aponeurotico fino all'arcata costale inferiore. Riparazione e riduzione dell'ernia addominale sovra-ombelicale mediante apertura del sacco erniario e ricostruzione dei piani anatomici. Riparazione della grave diastasi xifo-ombelicale ed ombelico-pubica dei muscoli retti mediante plicatura della fascia muscolare relativa, a doppio strato. Asportazione di cute e sottocute ridondante. Riposizionamento del peduncolo ombelicale in sede fisiologica. Sutura dei piani anatomici previa apposizione di due drenaggi in aspirazione. Medicazione elasto-compressiva.
Postoperatorio:
Particolarmente impegnativo, a motivo della difficoltà respiratoria creata dalla plicatura della fascia dei muscoli retti addominali, il post-operatorio richiede assistenza in terapia intensiva per alcuni giorni. Successivamente blocco dell'eritropoiesi, determinato sia dall'intervento, sia da una sopravvenuta tromboflebite al braccio sinistro. Il blocco dell'eritropoiesi richiede l'utilizzo di farmaci eritropoietici5. La paziente viene dimessa in 14° giornata dall'intervento proseguendo a casa, per trenta giorni complessivi dall'intervento, la profilassi antitrombotica6. A distanza di quattro mesi dall'intervento i risultati oggettivi e soggettivi7 sono eccellenti.

mercoledì 30 marzo 2011

LE ATTIVITÀ DI MUSICOTERAPIA IN GRAVIDANZA E PARTO

Le ormai numerose esperienze di musicoterapia italiane ed estere confermano l’utilità di affiancare attività sonoro-musicali ai tradizionali corsi di preparazione al parto, poiché la musica può aiutare la gestante a rilassarsi, a contenere l’ansia e a raggiungere uno stato di generale benessere psicofisico.
Musica per la mamma
La gravidanza comporta una serie di cambiamenti non solo fisici ma anche psicologici; i mutamenti che avvengono durante i nove mesi sono talvolta accompagnati da momenti di ansia, stress, paura e affaticamento che possono impedire alla donna di vivere questo straordinario momento della vita in serenità. La musica in questo contesto può essere un valido strumento per aiutare la gestante a migliorare la sua salute emotiva: nelle sedute di musicoterapia la madre si prepara alla nascita del suo bambino abituandosi ad ascoltarne le azioni-reazioni motorie in risposta al suono della voce e della musica, ascoltando se stessa, i suoi ritmi interni ed il loro modificarsi con il procedere della gravidanza. Con attività musicali appositamente studiate si permette alla futura mamma di vivere con serenità i nove mesi dell’attesa, ma anche di imparare alcune tecniche che potrebbero servirle concretamente nel momento del parto. Questo le permette di vivere la nascita con consapevolezza e serenità, attenta e pronta ad assecondare i segnali provenienti dal suo corpo e dal suo bambino
Musica per il bebè
La musicoterapia prenatale prevede anche una serie di attività per stimolare il piccolo e per favorire così la comunicazione fra mamma-bambino. La musica durante l’attesa è il canale privilegiato di questa comunicazione e le varie attività ritmico-sonore permettono di preparare una relazione affettiva equilibrata e serena, nonché di stimolare adeguatamente lo sviluppo strutturale e funzionale del sistema nervoso del feto stesso. Infatti, tutti gli stimoli presenti nell’ambiente nel quale il feto cresce (suoni interni ed esterni alla madre), contribuiscono allo sviluppo delle e vie sensoriali acustiche, favorendo anche il processo di maturazione strutturale e funzionale del Sistema Nervoso . Ma la musica per eccellenza che piace al piccolo è senza dubbio quella prodotta dalla mamma, ossia la sua voce: la colorazione timbrica e melodica della voce materna è veicolo di emozioni ed affetti, è una carezza ed una “coccola sonora”, ma anche un vero strumento per comunicare al piccolo stati di "trepidante accoglienza o al contrario di gelido rifiuto".
Il canto prenatale
Il canto aiuta la gestante a migliorare il respiro, ma anche a farle scoprire il piacere di cantare per il bebè, contribuendo così anche al suo sano sviluppo. Dagli studi di psicofonia effettuati dalla cantante Maria Luisa Aucher in collaborazione con Paul Cauchard, neurofisiologo della Sorbona, è emerso che la voce investe interamente il corpo del feto: in pratica quella più grave del papà è potenzialmente in grado di stimolarlo dai piedi all'addome, mentre la voce più acuta della madre, dalla vita alla testa. Dall'osservazione di neonati, figli di cantanti professionisti, si è riscontrato che dove era la madre a cantare per tutta la gravidanza il bambino mostrava alla nascita solidità alla nuca e vigore degli arti superiori, quando invece era il padre si assisteva ad una precoce deambulazione. Il canto prenatale svolge anche un'azione auto-analgesica, poichè la pratica aiuta la partoriente a produrre le endorfine, sostanze che attenuano spontaneamente la percezione del dolore. La respirazione distesa, invece, influenza positivamente il tono muscolare, che perciò risulta meno contratto.

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venerdì 25 marzo 2011

Infarto

Per infarto si intende la necrosi di un tessuto per ischemia, cioè per grave deficit di flusso sanguigno.Clinicamente l'infarto è una sindrome acuta provocata da una insufficiente irrorazione sanguigna (ischemia) ad un organo o a parte di esso, per una occlusione improvvisa o per una stenosi critica delle arterie che portano il sangue in quel distretto dell'organismo.
La causa è costituita nella quasi totalità dei casi dall'aterosclerosi. Quando vanno incontro ad ulcerazione, le placche aterosclerotiche possono provocare occlusione arteriosa acuta (e quindi infarto), sia attraverso la formazione di emboli che attraverso la trombosi sovrapposta all'ulcerazione. L'infarto miocardico, dove l'organo interessato è il cuore e l'infarto cerebrale (responsabile dell'80% dei casi di ictus) sono le più frequenti cause di morte nei paesi occidentali; altre tipologie di infarto sono relativamente rare, poiché molti distretti sono irrorati da più arterie, cosa che permette al vaso non interessato, di supplire efficacemente al deficit nutritizio.
I sintomi sono diversi a seconda dell'organo interessato, tuttavia il sintomo principale è rappresentato da dolore acuto (ad insorgenza improvvisa), di varia intensità; è però possibile che l'infarto sia clinicamente asintomatico, soprattutto qualora sia di dimensioni molto piccole.
La regione colpita da infarto diviene necrotica (è questa necrosi che scatena i sintomi acuti): se il malato sopravvive alla fase acuta dell'infarto, l'organismo riassorbe i tessuti morti senza rigenerare la parte persa (cosa impossibile senza afflusso di sangue), ma forma in quella zona una cicatrice di tessuto connettivo fibroso, e l'organo interessato perde definitivamente una parte della sua funzionalità.
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martedì 22 marzo 2011

Sintomi della rinite allergica cura e trattamento

La rinite allergica è simile all' asma eccetto che per un aspetto. Mentre nell'asma una sostanza presente nell'aria provoca una reazione allergica o di ipersensibilità nei polmoni e nel torace, nella rinite allergica la reazione si manifesta negli occhi, nel naso e nella gola. L'esposizione all'agente irritante (noto come allergene) presente nell'aria scatena una massiccia liberazione di istamina (un composto dell'organismo); ciò provoca uno stato infiammatorio e un richiamo di liquido nelle cellule della delicata mucosa che tappezza le cavità nasali e paranasali, oltre che nelle palpebre e nello strato superficiale degli occhi.Nessuno sa perché alcune persone sono ipersensibili al polline, che in se stesso di solito è innocuo, o ad altre particelle presenti nell'aria. La risposta dipende dal sistema immunitario dell'organismo . Poiché le malattie basate su risposte allergiche come l'asma, l'eczema e la rinite allergica spesso ricorrono nelle stesse famiglie, vi è probabilmente una predisposizione genetica.Quando una persona è affetta da rinite allergica, reagisce contro specifici allergeni (anche se può non sapere ancora quali siano). Per esempio, se si soffre di febbre da fieno, la varietà più comune della malattia, si può essere sensibili al polline delle erbe, che è prodotto in maggiore quantità al principio dell'estate ; o si può essere particolarmente sensibili al polline degli alberi, che abbonda in primavera; o si può avere un'intensa reazione se ci si espone al fieno autunnale. Quasi tutte le sostanze inalate provenienti da organismi viventi possono provocare una rinite allergica: setole, peli o piume di animali domestici, per esempio. Si può essere allergici alla polvere di casa, o, piuttosto, agli acari che infestano la polvere. Si può anche reagire ad alcuni odori (che vengono trasportati da molecole della sostanza che, in effetti, è la vera responsabile).La rinite allergica può essere sia stagionale (per esempio la febbre da fieno, che si verifica soltanto durante le poche settimane in cui il polline allergenico è presente in grandi quantità), sia perenne (che si riscontra durante tutto l'anno, ed è provocata dall'esposizione ad allergeni inalati presenti più o meno costantemente).

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mercoledì 16 marzo 2011

La chirurgia correttiva postpartum

L’intervento mira al restringimento del diametro e all’aumento di tono e forza muscolari della vagina.
Al momento del parto, circa il 60-70 % delle donne è sottoposta ad episiotomia, piccola incisione della vagina e dei muscoli sottostanti, al fine di prevenire importanti lacerazioni vaginali e di evitare possibili danni al neonato. Spesso, però, dopo il parto, l’apertura vaginale può essere beante (per il rilassamento muscolare) o asimmetrica (per gli esiti cicatriziali) con ripercussioni negative sulla propria salute sessuale.

Una buona chirurgia correttiva può intervenire in questi casi riportando in condizioni normali l’apertura della vagina, il tono muscolare ed asportando eventuali cicatrici.
L’intervento di Vaginal tightening (cioè restringimento vaginale) ha come obiettivo l’incremento della sensibilità durante i rapporti sessuali, in altre parole il miglioramento della gratificazione sessuale.

L’intervento prevede la correzione della parte più esterna della vagina (quella più sensibile), dell’introito vaginale e allo stesso tempo del perineo, la zona compresa tra vagina e ano. In breve, viene eliminata la mucosa vaginale ridondante e vengono ridotti i muscoli circostanti.

Il risultato è la diminuzione del diametro e dell’orifizio esterno della vagina e l’aumento del tono e della forza muscolare della vagina. Secondo Master e Johnson la gratificazione sessuale è correlata alla forza frizionale (attrito) generata durante la penetrazione: l’intervento può ripristinare una forza frizionale ottimale.

La procedura riprende le tecniche impiegate per il trattamento del rilassamento vaginale e dei suoi disturbi associati (ad es. incontinenza urinaria).
Di solito necessita dell’anestesia generale e di una notte di ricovero. Le suture, a base di acido ialuronico, sono riassorbibili e scompaiono dopo 2-3 settimane.
Il gonfiore, spesso fastidioso, e piccoli lividi, talvolta visibili, possono persistere per 7-10 giorni. Indicato astenersi dai rapporti sessuali per 4-6 settimane.
Sebbene la percentuale di soddisfazione sia alta il risultato e la sua durata non sono prevedibili, perché sono valutati solo su base soggettiva, quindi non è possibile garantire, prima dell’intervento, con certezza un effettivo incremento della sensibilità. Infine, non dimentichiamo i possibili rischi, tipici di ogni intervento, quali: infezioni, emorragie, ed alterazioni delle sensazioni.

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venerdì 18 febbraio 2011

Il tampone vaginale

Il tampone vaginale È l’esame specifico che permette di curare molti disturbi vaginali e di evitare l’insorgenza di malattie più serie dell’apparato genitale femminile.

 Che cos’è? Il tampone vaginale è il prelievo di una piccola quantità di secrezione vaginale che, analizzata al microscopio, verifica la presenza o meno di microrganismo come batteri, funghi o parassiti, che favoriscono l’insorgenza d’infezioni vaginali.

Di solito, il prelievo vaginale è immerso in una sostanza liquida o gelatinosa, dove sono presenti diversi elementi nutritivi per i microrganismi.
Se è presente un preciso batterio questi elementi nutritivi gli consentono di crescere o moltiplicarsi formando una vera e propria colonia batterica visibile al microscopio.
A questo punto, si procede con l’antibiogramma: i microrganismi individuati sono “aggrediti” da una serie di antibiotici, al fine di selezionare quello più efficace per curare l’infezione.
A cosa serve? Le infezioni vaginali, se trascurate comportano diversi problemi per la salute della donna. Spesso i germi proliferano indisturbati all’interno della vagina, poiché la donna non avverte alcun sintomo.
 Molte infezioni, poi, perché silenziose possono diventare croniche. Le conseguenze non sono da sottovalutare: le tube uterine possono ostruirsi e l’utero diventare un ambiente poco favorevole all’insediamento dell’ovulo. Le infezioni sessuali, infine, possono aprire la strada allo sviluppo del tumore del collo dell’utero.

Per prevenire e curare tali infezioni è sufficiente un semplice tampone vaginale: solo dopo aver individuato con precisione il microrganismo responsabile dell’infezione, infatti, il ginecologo è in grado di prescrivere una cura efficace (antibiotici o antimicotici).

A chi serve? Tutte le donne che sospettano di avere un’infezione dell’apparato genitale devono rivolgersi allo specialista ed eseguire un tampone vaginale.Alla presenza di una vaginite, infatti, di solito il corpo invia una serie di segni che dovrebbero mettere in allerta.

Le secrezioni vaginali possono diventare più abbondanti oltre che maleodoranti e di colore particolare (biancastre, giallastre o verdastre). A volte si avverte un senso di pesantezza nella parte bassa dell’addome e durante i rapporti un dolore irritante.
Il tampone vaginale è consigliato alle donne che hanno rapporti sessuali con partner diversi, che non usano il preservativo e che hanno già sofferto di malattie a trasmissione sessuale.
 Il tampone è altresì indicato alle donne che non riescono ad avere figli: con quest’esame si riesce a scoprire la clamidia, insidioso e diffuso microrganismo responsabile d’infezioni delle tube e quindi di sterilità. A rischio, anche, le donne che usano i tamponi interni: se lasciati per molto tempo in vagina, favoriscono la proliferazione dei germi e quindi le infezioni.

venerdì 11 febbraio 2011

Giuramento di Ippocrate (moderno)

"Consapevole dell'importanza e della solennità dell'atto che compio e dell'impegno che assumo, giuro:
di esercitare la medicina in libertà e indipendenza di giudizio e di comportamento;
di perseguire come scopi esclusivi la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell'uomo e il sollievo della sofferenza, cui ispirerò con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale, ogni mio atto professionale;
di non compiere mai atti idonei a provocare deliberatamente la morte di un paziente;
di attenermi alla mia attività ai principi etici della solidarietà umana, contro i quali, nel rispetto della vita e della persona, non utilizzerò mai le mie conoscenze;
di prestare la mia opera con diligenza, perizia, e prudenza secondo scienza e coscienza ed osservando le norme deontologiche che regolano l'esercizio della medicina e quelle giuridiche che non risultino in contrasto con gli scopi della mia professione;
di affidare la mia reputazione esclusivamente alla mia capacità professionale ed alle mie doti morali;
di evitare, anche al di fuori dell' esercizio professionale, ogni atto e comportamento che possano ledere il prestigio e la dignità della professione;
di rispettare i colleghi anche in caso di contrasto di opinioni;
di curare tutti i miei pazienti con eguale scrupolo e impegno indipendentemente dai sentimenti che essi mi ispirano e prescindendo da ogni differenza di razza, religione, nazionalità condizione sociale e ideologia politica;
di prestare assistenza d' urgenza a qualsiasi infermo che ne abbisogni e di mettermi, in caso di pubblica calamità a disposizione dell'Autorità competente;
di rispettare e facilitare in ogni caso il diritto del malato alla libera scelta del suo medico, tenuto conto che il rapporto tra medico e paziente è fondato sulla fiducia e in ogni caso sul reciproco rispetto;
di osservare il segreto su tutto ciò che mi è confidato, che vedo o che ho veduto, inteso o intuito nell'esercizio della mia professione o in ragione del mio stato;
di astenermi dall'"accanimento" diagnostico e terapeutico."

Giuramento di Ippocrate (antico)

«Giuro per Apollo medico e Asclepio e Igea e Panacea e per gli dei tutti e per tutte le dee, chiamandoli a testimoni, che eseguirò, secondo le forze e il mio giudizio, questo giuramento e questo impegno scritto: di stimare il mio maestro di questa arte come mio padre e di vivere insieme a lui e di soccorrerlo se ha bisogno e che considererò i suoi figli come fratelli e insegnerò quest'arte, se essi desiderano apprenderla; di rendere partecipi dei precetti e degli insegnamenti orali e di ogni altra dottrina i miei figli e i figli del mio maestro e gli allievi legati da un contratto e vincolati dal giuramento del medico, ma nessun altro.
Regolerò il tenore di vita per il bene dei malati secondo le mie forze e il mio giudizio, mi asterrò dal recar danno e offesa.
Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio; similmente a nessuna donna io darò un medicinale abortivo.
Con innocenza e purezza io custodirò la mia vita e la mia arte. Non opererò coloro che soffrono del male della pietra, ma mi rivolgerò a coloro che sono esperti di questa attività.
In qualsiasi casa andrò, io vi entrerò per il sollievo dei malati, e mi asterrò da ogni offesa e danno volontario, e fra l'altro da ogni azione corruttrice sul corpo delle donne e degli uomini, liberi e schiavi.
Ciò che io possa vedere o sentire durante il mio esercizio o anche fuori dell'esercizio sulla vita degli uomini, tacerò ciò che non è necessario sia divulgato, ritenendo come un segreto cose simili.
E a me, dunque, che adempio un tale giuramento e non lo calpesto, sia concesso di godere della vita e dell'arte, onorato degli uomini tutti per sempre; mi accada il contrario se lo violo e se spergiuro».

mercoledì 9 febbraio 2011

L'autopalpazione del seno

L’autopalpazione del seno permette la conoscenza approfondita della normale struttura del seno permettendo alla donna di scoprire tempestivamente eventuali modifazioni e anomalie.
La mammella è costituita da ghiandole, dotti, tessuto grasso e muscolare. Contiene un numero variabile di dotti secretori di latte che confluiscono nel capezzolo e sono responsabili della produzione del latte materno.
Sappiamo che, dividendo il seno in quattro parti (quadranti),  la maggior quantità di dotti è localizzata nel QSE (quadrante superiore esterno) della mammella quello prossimo all’ascella.
È in questa localizzazione che si trova la maggior percentuale di tumori maligni della mammella (circa il 50%). Nel QSI (quadrante superiore interno) circa il 15%, nel QIE (quadrante inferiore esterno) circa l’11% mentre nel QII (quadrante inferiore interno) solo il 6%.
Società mediche nazionali ed internazionali raccomandano che si inizi con l’autopalpazione del seno a partire dai 20 anni di età. È dimostrato che 1 donna su 10 potrebbe essere affetta da cancro alla mammella durante la sua vita, la frequenza aumenta tra i 40 e i 65 anni.
Il 95% dei casi di carcinoma mammario può essere guarito se diagnosticato precocemente.
L’autopalpazione del seno deve essere eseguita una volta al mese, in modo che ogni donna impari a conoscere la struttura fisiologica del suo seno e possa notare ogni alterazione.
E’ importante che l’autopalpazione sia eseguita correttamente, una volta al mese e sempre nello stesso periodo. Le donne in età fertile possono eseguirla alcuni giorni dopo il termine del ciclo mestruale, quando la mammella è meno tesa e dolente. Le donne in menopausa o in gravidanza possono eseguirla il primo giorno di ogni mese (un giorno fisso che sia facile da ricordare).
LE ALTERAZIONI DA RICERCARE DURANTE L’AUTOPALPAZIONE SONO:
• la comparsa di un nodo o di un addensamento nella mammella o nel cavo ascellare
• una variazione di dimensione, di forma o un’asimmetria delle mammelle
• una tumefazione della mammella
• qualsiasi alterazione cutanea, quale una retrazione od  una irritazione
• arrossamento o desquamazione del capezzolo o della cute mammaria
• secrezione ematica o siero-ematica dal capezzolo
• dolore od aumentata sensibilità del capezzolo
• retrazione del capezzolo: introflessione o rotazione in una posizione differente
Se si evidenziano una o più di queste alterazioni, è necessario rivolgersi quanto prima al medico specialista, per una corretta valutazione diagnostica.
E’ importante guardare e sentire entrambe le mammelle ed il cavo ascellare
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venerdì 4 febbraio 2011

Le concentrazioni di colesterolo HDL sono inversamente associate all’insorgenza di eventi cardiovascolari.

Le concentrazioni di colesterolo HDL sono inversamente associate all’insorgenza di eventi cardiovascolari.
Utilizzando la coorte dello studio JUPITER, è stato valutato se questa associazione permane quando le concentrazioni di colesterolo LDL sono ridotte a livelli molto bassi da un trattamento statinico ad alta dose.
Le persona arruolate nello studio randomizzato placebo-controllato JUPITER erano adulti senza diabete o precedente malattia cardiovascolare e avevano concentrazioni basali di colesterolo LDL inferiori a 3.37 mmol/L e di proteina C-reattiva ad alta sensibilità ( hs-CRP ) uguali o superiori a 2 mg/L.
I partecipanti sono stati assegnati in maniera casuale a ricevere Rosuvastatina ( Crestor ) 20 mg al giorno oppure placebo in una modalità in doppio cieco per quanto riguarda il trattamento assegnato.
In questa analisi, i partecipanti allo studio JUPITER sono stati suddivisi in quartili di colesterolo HDL o apolipoproteina A1, ed è stata cercata una prova dell’associazione tra questi quartili e l’endpoint primario dello studio JUPITER di primo infarto del miocardio o ictus, ricovero in ospedale per angina instabile, rivascolarizzazione arteriosa o mortalità cardiovascolare.
Per 17.802 pazienti dello studio JUPITER, il trattamento giornaliero con Rosuvastatina 20 mg ha ridotto l’incidenza dell’endpoint primario del 44% ( p<0.0001 ).
In 8.901 ( 50% ) pazienti del gruppo placebo ( con un livello mediano di concentrazione di colesterolo LDL in trattamento di 2.80 mmol/L ), le concentrazioni di colesterolo HDL sono risultate inversamente legate a rischio vascolare al basale ( hazard ratio per quartile superiore vs quartile inferiore, HR=0.54; p=0.0039 ) e durante il trattamento ( HR=0.55; p=0.0047 ).
Di contro, tra gli 8.900 ( 50% ) pazienti trattati con Rosuvastatina 20 mg ( con concentrazione mediana di colesterolo LDL in trattamento di 1.42 mmol/L ), non sono state osservate relazioni significative tra i quartili di concentrazione di colesterolo HDL e rischio vascolare al basale ( HR=1.12; p=0.82 ) o nel corso del trattamento ( HR=1.03; p=0.97 ).
Le analisi relative ad apolipoproteina A1 hanno mostrato una relazione altrettanto forte con la frequenza degli esiti primari, ma solo una leggera associazione nel gruppo Rosuvastatina.
In conclusione, sebbene la misurazione della concentrazione di colesterolo HDL sia utile nella valutazione iniziale del rischio cardiovascolare, essa non risulta predittiva del rischio vascolare residuo in pazienti, trattati con terapia statinica ad alta dose, che raggiungono concentrazioni molto basse di colesterolo LDL.
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Convulsioni di nuova insorgenza che si presentano come stato epilettico nei bambini

L’obiettivo di uno studio è stato quello di caratterizzare i bambini con attacchi convulsivi di nuova insorgenza che si presentavano come stato epilettico, ricoverati in un ospedale pediatrico.
Un totale di 1382 pazienti ha presentato crisi convulsive di nuova insorgenza tra il 2001 e il 2007.
Di questi, 144 pazienti si sono presentati in stato epilettico.
L'età media dei pazienti era di 3.4 anni.
La maggior parte degli attacchi ( 72% ) è durata tra i 21 e i 60 minuti.
La maggior parte dei pazienti non aveva una significativa storia medica; un quarto aveva una storia familiare di epilessia.
In tutto, il 4% dei pazienti con elettroencefalogramma ( EEG ) ha manifestato convulsioni elettrografiche durante lo studio, captate solo con un monitoraggio prolungato.
L'eziologia più comune era rappresentata dalle convulsioni febbrili, seguita da quelle criptogenetiche.
La più comune causa acuta della sintomatologia è stata l'infezione del sistema nervoso centrale; la più comune causa remota della sintomatologia è stata la disgenesia cerebrale.
La tomografia computerizzata e la risonanza magnetica, combinate, hanno fornito una diagnosi nel 30% dei casi.
La tomografia computerizzata è stata utile per identificare le lesioni vascolari acute e l’edema acuto, mentre la risonanza magnetica è stata superiore nell’individuare sottili anomalie ed eziologie della sintomatologia remote come la displasia e la sclerosi temporale mesiale.
In conclusione, secondo lo studio i bambini che si presentano in stato epilettico che non sia una convulsione febbrile prolungata dovrebbero essere sottoposti a esami di imaging neurologico nella valutazione iniziale. La possibilità di stato epilettico non-convulsivo dovrebbe essere considerata per ogni bambino che si presenti in stato epilettico e che non sia ancora tornato ai valori basali.
Anche se la tomografia computerizzata è spesso più ampiamente accettata, soprattutto in contesti di urgenza, la risonanza magnetica, quando disponibile, dovrebbe essere tenuta in grande considerazione, per via del suo superiore rendimento.

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mercoledì 2 febbraio 2011

Tumore mammario: Bevacizumab associato a Paclitaxel prolunga la sopravvivenza libera da progressione ?

Un’analisi compiuta dall’FDA ( Food and Drug Administration ) ha sollevato critiche riguardo all’uso di Avastin ( Bevacizumab ) nel carcinoma della mammella.

Negli Stati Uniti, l’approvazione in questa indicazione è avvenuta nel 2008 grazie ad uno studio di fase III, che aveva confrontato l’efficacia e la sicurezza di Bevacizumab aggiunto a Paclitaxel contro il solo Paclitaxel, nelle pazienti con tumore alla mammella metastatico.
Lo studio compiuto nel periodo 2001-2004 ha coinvolto 722 pazienti.

L’associazione Paclitaxel e Bevacizumab ha aumentato la sopravvivenza libera da progressione di 5.9 mesi ( 11.8 versus 5.9 mesi; HR per la progressione: 0.60; p<0.001 ).
Non è stato invece osservato un effetto significativo sulla sopravvivenza generale ( 26.7 versus 25.2 mesi; HR=0.88; p=0.16 ).

Nel gruppo trattato con Paclitaxel e Bevacizumab è stata riscontrata una maggiore incidenza di ipertensione di grado 3 o 4, proteinuria, cefalea, e ischemia cerebrovascolare, e infezioni. ( Xagena2010 )

lunedì 31 gennaio 2011

Ecocardiografia transesofagea in area critica

L’ecocardiografia transesofagea assume un ruolo sempre maggiore in area critica, poiché consente di acquisire le informazioni anatomiche e funzionali del cuore e dei grossi vasi, necessarie alla comprensione dei complessi quadri clinici, anche nelle situazioni in cui l’approccio transtoracico non è eseguibile o non è soddisfacente.
Lo scopo di questo manuale è quindi quello di fornire tutte le informazioni necessarie ad un corretta applicazione di questa tecnica nella pratica clinica.

mercoledì 26 gennaio 2011

Realizzata in Italia

Uno studio tutto italiano apre la strada alla realizzazione di una retina artificiale organica, elettricamente autonoma e con una efficienza paragonabile a quella umana.

Il lavoro per la messa a punto del prototipo, firmato dal Dipartimento di neuroscienze e neurotecnologie (Nbt), dal Centro di nanoscienze e tecnologie dell’Istituto italiano di tecnologia (Cnst - Iit Polimi), e dal Dipartimento di fisica del Politecnico di Milano, è pubblicato su Nature Communications ed è coordinato da Guglielmo Lanzani del Cnst.

  Il nuovo materiale imita la retina naturale, nella quale cellule nervose sensibili alla luce (chiamate coni e bastoncelli) captano i segnali luminosi e li trasformano in impulsi elettrici che vengono trasportati al cervello attraverso il nervo ottico.

«Con il nostro sistema i neuroni vedono alla luce e rispondono ad essa», ha detto il coordinatore della ricerca, il fisico Guglielmo Lanzani, del Centro di nanoscienze e tecnologie dell’Iit. Il prototipo è stato realizzato con neuroni di topo e la strada per arrivare a dispositivi impiantabili nell’uomo è ancora molto lunga, ma è aperta.

  È decisamente ottimista in questo senso un altro degli autori del lavoro, il neurologo Fabio Benfenati, dell’Iit: «è una dimostrazione molto importante e molto promettente per applicazioni successive», ha detto. «È una prova di concetto fatta riproducendo un’interfaccia in vitro, ma che fondamentalmente funziona». Si apre, insomma, una «nuova prospettiva per le malattie della retina che comportano cecità».

Quello che i ricercatori hanno fatto, ha spiegato Lanzani, è stato costruire un sistema di comunicazione fra un materiale artificiale e dei neuroni. «Abbiamo utilizzato dei semiconduttori organici, ossia dei polimeri simili a quelli utilizzati nel fotovoltaico, e abbiamo dimostrato che ai neuroni “piace” stare su questi materiali», ossia i neuroni sono cresciuti. Un’altra novità importante è stata sostituire gli elettrodi metallici generalmente utilizzati come conduttori con un liquido simile a quello sul quale si basa la conduzione dei segnali nervosi. Un passo in avanti non da poco, considerando che gli elettrodi metallici oggi utilizzati nelle protesi retiniche creano molto spesso reazioni infiammatorie e problemi di compatibilità.

  Il prossimo passo della ricerca sarà distribuire i fotorecettori sul polimero in modo da riprodurre il più possibile fedelmente la loro distribuzione sulla retina. In secondo luogo si studierà la possibilità di impiantare il dispositivo nei topi e solo dopo questa tappa si potrà pensare a impianti nell’uomo.

venerdì 21 gennaio 2011

Pioggia di universitari dalla Romania

Notizie - Abruzzo


Facoltà di medicinaAspiranti medici e
odontoiatri italiani iniziano gli studi nelle facoltà dell'Est
Grazie al Tar e a direttive europee possono proseguirli all'Aquila

Pioggia di universitari dalla Romania


Eludono i test per il numero chiuso iscrivendosi
all'estero e poi trasferendosi

Ci sarà un'invasione di studenti
italiani immatricolati in Romania nelle facoltà aquilane di medicina
e odontoiatria? Si direbbe di sì visto che ormai, dopo i circa
quindici ricorsi accolti dal Tar Abruzzo qualche settimana fa,
continua ad arrivare una valanga di sentenze brevi attraverso le
quali gli aspiranti medici che hanno iniziato il cammino
universitario in Romania ora possono completarlo all'Aquila, in
ossequio a una serie di norme europee sulla libera circolazione degli
studenti. Nei giorni scorsi, infatti, il Tar ha accolto i ricorsi di
altri dodici aspiranti camici bianchi che contestavano il rifiuto
serbato dall'Università a trasfersi all'Aquila. Gli studenti
provengono tutti dalla Vasile Goldis di Arad, dove si sono
immatricolati lo scorso anno. In Italia vige il sistema del numero
chiuso e accedere alla facoltà di medicina o odontoiatria significa
aver superato il test d'ammissione, in verità abbastanza
impegnativo. Immatricolarsi in una università romena dà quindi la
possibilità, a chi magari è stato escluso in Italia, di iniziare il
percorso di studi salvo poi trasferirsi e conseguire in patria la
laurea. Un modo per eludere il numero chiuso negli atenei nazionali o
una brillante iniziativa (per chi può permetterselo, naturalmente),
sfruttando la normativa Ue? Se la normativa Ue consente tutto questo
che senso ha continuare in Italia con i test d'ammissione se poi,
l'anno successivo, la popolazione studentesca si arricchisce in virtù
di una sentenza che non può non tenere conto delle leggi e dei
regolamenti comunitari? I ricorsi presentati, e tutti accolti (tranne
uno inoltrato in ritardo), contestavano il diniego di nulla osta al
proseguimento degli studi presso l'Università dell'Aquila in base
all'elenco dei posti disponibili per l'iscrizione ad anni successivi
al primo. Normalmente questo è consentito a chi proviene da altri
atenei italiani, sempre in base ad un bando per i posti disponibili.
Ma il Tar ha eccepito che il bando in questione «non fissa alcuna
preclusione nei confronti di studenti provenienti da Università
estere». Il Tar ha anche sancito che «una diversa interpretazione
sarebbe contraria all'apicale principio di libertà di circolazione e
soggiorno nel territorio degli Stati comunitari, suscettibile di
applicazione non irrilevante nel settore dell'istruzione, neppure
essendo stata in alcun modo opposta (e, per vero, neppure
prospettata) la non equipollenza delle competenze e degli standards
formativi richiesti per l'accesso all'istruzione universitaria
nazionale». A.Bag.


lunedì 17 gennaio 2011

Kangaroo Mother Care.Il metodo mamma-canguro: ultima sfida socio culturale per gli Infermieri

L’infermiere mette in primo piano la responsabilità e la deontologia professionale nell’erogare assistenza: la salute dell’individuo, il suo benessere psico-fisico, sociale e spirituale, l’informazione all’utente ed ai familiari sono il cardine del nostro agire quotidiano. Se ciò è vero in generale, lo è ancor di più quando il nostro assistito è un neonato magari pretermine e ricoverato in Terapia Intensiva. La Kangaroo Mother Care (KMC) o più semplicemente marsupioterapia si sviluppa attraverso il contatto pelle a pelle tra il neonato e la mamma, rappresenta un modo efficace per rispondere ai bisogni del bambino. Quasi due decadi di esperienza e di ricerca hanno reso chiaro come la KMC sia molto di più che un’alternativa alle cure con l’incubatrice. La KMC è stato dimostrato essere efficace per il controllo della temperatura, per l’allattamento e l’attaccamento in tutti i neonati, indipendentemente dal luogo di nascita, dal peso, dall’età gestazionale e dalle condizioni cliniche. In generale possiamo dire che la marsupioterapia deve essere proposta il prima possibile dopo una nascita prematura, a volte anche quando il bambino è intubato, in ventilazione assisitita o in altre situazioni critiche., ma soprattutto quando il prematuro non è più in incubatrice. Molti lavori scientifici hanno messo in evidenza che la KMC oltre a dimostrare che il neonato cresce di più se tenuto in marsupio, riduce notevolmente la morbilità e la mortalità fino ad arrivare, in alcuni paesi, fino al 70%; riduce significativamente la degenza ospedaliera con conseguente diminuzione dei costi di degenza a fronte di un investimento economico trascurabile.

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mercoledì 12 gennaio 2011

Cos'è il pap-test?

Il Pap-test è il test di prevenzione del Carcinoma del collo
dell'utero
, la cui forma istologica più frequente è il Carcinoma
squamoso.


Il Pap-test è un test citologico, cioè studia con l'aiuto del microscopio e diverse colorazione dei
vetrini, le caratteristiche delle cellule prelevate dal collo uterino,
individuandone le forme pretumorali e tumorali.


Vi è la fase del prelievo, meglio se eseguito in unica seduta in
visita, ma anche in consultorio dall'ostetrica. Viene eseguito tramite una
spatola di legno sulla superficie esterna del collo uterino e tramite la
rotazione di un minispazzolino, il citobrush, nel canale cervicale. Il test non
è doloroso. Per arrivare al collo dell'utero viene utilizzato lo speculum, che
dà solo un leggero discomfort.

Il pap-test previene questo tumore tramite la individuazione delle
lesioni precancerose.
Quando le troviamo le possiamo curare con metodi ambulatoriali. Così
niente Carcinoma squamoso del collo uterino. Ecco perchè il test va eseguito
proprio in assenza di sintomi
, che essendo eventuale segno di invasività,
comporta anche un eccessivo ritardo nella diagnosi.

Le lesioni precancerose vengono differenziate in basso grado e in alto
grado (o in CIN I, CIN II, CIN III), essenzialmente in base alla percentuale
dello spessore della mucosa coinvolta. Solo dopo aver coinvolto tutto lo
spessore della mucosa e quindi tutti gli strati di cellule il tumore diventa
invasivo e quindi maligno.


Qui risiede la grande importanza di questo test: arriva prima
dell'invasione e con rimozione molto limitata di tessuto o con bruciatura
limitate alla lesione, spesso molto piccola, il problema viene risolto
frequentemente senza neanche dover ricorrere all'anestesia.


Quando fare il primo pap-test?

Il primo pap-test lo inizierei dopo 12 mesi dal primo rapporto sessuale.
Questo è un tumore che deriva dal contatto del collo dell'utero con il papilloma
virus (HPV). Il virus arriva sul collo dell'utero tramite un rapporto sessuale
senza preservativo o diaframma. Dopo un primo contatto il virus necessita di
tempo per indurre le lesioni precancerose e quindi il cancro. Si può ben
attendere un anno.

lunedì 10 gennaio 2011

Inalazione di corpo estraneo in età pediatrica: assistenza infermieristica durante l'endoscopia bronchiale

L'inalazione di un corpo estraneo (CE) è un evento relativamente frequente in età pediatrica e spesso rappresenta una vera emergenza tale da richiedere un rapido riconoscimento ed un immediato trattamento allo scopo di prevenire le gravi e talora fatali conseguenze legate alla completa ostruzione delle vie aeree. Il ritardo o l'indugio nella diagnosi di inalazione di corpo estraneo può essere la causa sia di infezioni polmonari ricorrenti come di esiti fatali.
Lo strumento di elezione per l'estrazione del CE in età pediatrica è il broncoscopio rigido; il fibrobroncoscopio flessibile, attualmente usato nella diagnosi e nel trattamento di patologie dell’albero respiratorio, assume il ruolo di identificatore del CE per confermare o meno il sospetto clinico e, nel caso sia confermata la presenza di CE nelle vie aeree, per valutarne la natura, la forma e la posizione e per pianificare la parte operativa della procedura stessa. L'estrazione dei CE è una procedura delicata per la possibilità di complicanze legate al CE e/o complicanze legate a procedure di rimozione non corrette: è necessaria la perfetta conoscenza della metodica sia da parte del medico che dell'infermiere, la presenza della strumentazione adeguata all'età del paziente e un ambiente idoneo alla procedura. Di conseguenza è importante che l'intera equipe di endoscopia respiratoria sia adeguatamente addestrata all'uso di questo strumento, in particolar modo quando diventa reale una rimozione. Le procedure eseguite per sospetto di CE presso il Servizio di Endoscopia Respiratoria dell’Ospedale Pediatrico Meyer tra il 2002 e il 2009 sono state 73; 23 hanno portato all’effettivo rinvenimento di un CE (età media dei pazienti: 2 anni e 8 mesi). Per quanto riguarda la localizzazione anatomica dei CE estratti, la sede più comune è l’albero bronchiale destro (circa 2/3 dei casi), l’albero bronchiale sinistro (circa 1/4 dei casi) e, molto più raramente, le coane, il rinofaringe, l’ipofaringe e la trachea. I CE inalati sono principalmente di due tipi: organici ed inorganici. La procedura è suddivisa in 2 fasi: la prima è definita diagnostica  attraverso l'utilizzo del fibrobroncoscopio flessibile, mentre la seconda è chiamata operatoria e prevede l’effettiva rimozione del CE.

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Obesità, comincia a nove mesi

I casi di obesità infantile sono sempre di più e riguardano anche bambini piccolissimi. Intervenire in anticipo è d’obbligo

Rimaniamo sempre più colpiti dalla grande quantità di bambini obesi già in età pre-adolescenziale. Eppure, secondo un recente studio, l’obesità colpisce i piccoli ancor prima che non ce ne accorgiamo: a nove mesi di vita.

«Con l'evidenza consistente che la percentuale di bambini in sovrappeso è in costante aumento negli ultimi dieci anni, non siamo stati sorpresi dai tassi di prevalenza che abbiamo trovato nel nostro studio, ma siamo stati sorpresi dalla tendenza dell’esordio in giovane età», spiega Brian Moss, autore dello studio presso la Wayne State University di Detroit (Usa), pubblicato sul Journal of Health Promotion.

Durante lo studio sono stati analizzati i dati dei bambini dell’Early Childhood Longitudinal Study-Birth Cohort in cui ne erano stati presi in considerazione ben 16.400 nati nell’anno 2001. Di questi, 8.900 avevano circa nove mesi, mentre 7.500 bambini avevano circa due anni di età.

Il dato negativo è che quasi il 32% dei bambini che avevano soltanto nove mesi era già a rischio obesità. Ma anche quelli di due anni non erano da meno, con il 34% di rischio di sviluppare l’obesità. Stranamente, le bambine avevano un rischio ridotto rispetto ai maschi. Tra questi, però, bisognava considerare anche la famiglia di provenienza. Gli ispanici, per esempio, avevano un rischio maggiore rispetto ai bianchi; gli americani asiatci e delle isole del pacifico, quasi nullo.

«Essere in una categoria di peso indesiderato a nove mesi significa essere maggiormente predisposti a rimanere in una categoria di peso poco auspicabile», continua Moss.
Anche Joyce Lee, un esperto di obesità infantile e assistente di endocrinologia pediatrica all’Università del Michigan lo conferma: il problema è allarmante e riguarda sempre bambini più piccoli.

«Con il bambino più piccolo, è fondamentale per i genitori controllare l’apporto nutrizionale del loro piccolo perché questo determinerà il loro peso in futuro».
«Non esiste una “dieta standard” per i bambini e i giovani. I genitori dovrebbero comunicare con il loro pediatra sul modo sano per nutrire i loro figli», conclude Moss.

È indubbio che ogni persona e ogni bambino vanno trattati in modo diverso. Come nel caso di altre malattie, anche l’obesità va trattata conoscendo il singolo caso. Standardizzare le cure su un adulto o su un bambino non serve a niente, e sempre più medici dovrebbero essere consapevoli di tale problema.

lunedì 3 gennaio 2011

Dotto deferente

Ha una forma cilindrica, è lungo circa 30 cm, ha una consistenza dura dato che è fornito di un tessuto muscolare molto spesso. Il dotto deferente è la continua dei rispettivi condotti dell'epididimo. Essi fungono da sede principale di deposito degli spermatozoi maturi e da dotti escretori dei testicoli. Dalla coda dell'epididimo ciascun dotto deferente risale sino all'orifizio esterno del canale inguinale che imbocca e percorre interamente. Una volta fuoriuscito dall'orifizio interno del canale inguinale il deferente si pone di lato alla vescica piegandosi, in seguito ognuno dei due deferenti si dirige medialmente incrociandosi con gli ureteri, ricevendo in corrispondenza della faccia posteriore della vescica, il dotto escretore della vescichetta seminale. L'ultima porzione del dotto deferente è dilatata ed è definita perciò porzione ampollare.

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Evoluzione embrionale e fetale dell'apparato genitale

Maschi e femmine evolvono da un essere comune asessuato/ermafrodita dotato di genitali esterni di tipo femminile con un relativamente ampio clitoride. Nel maschio le labbra minori e quelle maggiori si fondono per formare lo scroto. Il vestibolo del clitoride si allunga e forma il pene. Nella donna la crescita delle piccole labbra e grandi labbra è molto superiore all'evoluzione del clitoride, che rimane di dimensioni ridotte.
 Nel corpo dell'embrione e del feto, si trovano 4 condotti con forma di tubicini molto esili, chiamati con l'eponimo dei loro divulgatori: due dotti di Müller e due di Wolff.
 Nel maschio i condotti di Wolff si sviluppano fino a formare i condotti eiaculatori, l'epididimo, i canali deferenti e la prostata. Gli abbozzi dei testicoli all'inizio si trovano molto più in alto, ai lati della vescica, sopra l'inguine (più o meno dove si trovano le ovaie nella donna), ghiandole gonadiche che nell'infanzia scenderanno nel canale inguinale (protette dal sacco costituito dal muscolo cremastere) e accompagnate dal funicolo spermatico per essere già presenti nello scroto (a 10 anni) prima dell'inizio della pubertà (11-12 anni).

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Medicina alternativa

Al di fuori della medicina accademica, ci sono varie medicine alternative che utilizzano metodiche differenti da quelle della medicina scientifica. Queste pratiche terapeutiche sono definite alternative perché la loro effettiva validità non è stata stabilita scientificamente, e quindi si scostano dalla medicina che invece procede sempre al vaglio sperimentale e al rigoroso esame scientifico.
Le terapie alternative sono state oggetto di svariate critiche. Un esempio ne è l'omeopatia ad oggi priva di riscontro scientifico sia per ciò che concerne l'efficacia (ricondotta, laddove presente, dalla comunità scientifica all'effetto placebo) sia per ciò che riguarda i presunti meccanismi di funzionamento.
I sostenitori delle medicine alternative affermano che parte di tale ostilità deriva dagli interessi che le aziende farmaceutiche avrebbero nel settore. In particolare gli omeopati sostengono che la farmacologia sia diventata ormai un florido business, che si basa sulla capacità di curare solo certi aspetti della malattia, causando però altri problemi, per i quali si potranno in seguito trovare altri farmaci da somministrare: in pratica si tratterebbe di un circolo vizioso in cui ad uscirne indenne è il produttore, mentre il paziente è costretto ad acquistare sempre più farmaci che in realtà non lo curano. Questo fenomeno è noto anche come Disease mongering.

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