lunedì 31 gennaio 2011

Ecocardiografia transesofagea in area critica

L’ecocardiografia transesofagea assume un ruolo sempre maggiore in area critica, poiché consente di acquisire le informazioni anatomiche e funzionali del cuore e dei grossi vasi, necessarie alla comprensione dei complessi quadri clinici, anche nelle situazioni in cui l’approccio transtoracico non è eseguibile o non è soddisfacente.
Lo scopo di questo manuale è quindi quello di fornire tutte le informazioni necessarie ad un corretta applicazione di questa tecnica nella pratica clinica.

mercoledì 26 gennaio 2011

Realizzata in Italia

Uno studio tutto italiano apre la strada alla realizzazione di una retina artificiale organica, elettricamente autonoma e con una efficienza paragonabile a quella umana.

Il lavoro per la messa a punto del prototipo, firmato dal Dipartimento di neuroscienze e neurotecnologie (Nbt), dal Centro di nanoscienze e tecnologie dell’Istituto italiano di tecnologia (Cnst - Iit Polimi), e dal Dipartimento di fisica del Politecnico di Milano, è pubblicato su Nature Communications ed è coordinato da Guglielmo Lanzani del Cnst.

  Il nuovo materiale imita la retina naturale, nella quale cellule nervose sensibili alla luce (chiamate coni e bastoncelli) captano i segnali luminosi e li trasformano in impulsi elettrici che vengono trasportati al cervello attraverso il nervo ottico.

«Con il nostro sistema i neuroni vedono alla luce e rispondono ad essa», ha detto il coordinatore della ricerca, il fisico Guglielmo Lanzani, del Centro di nanoscienze e tecnologie dell’Iit. Il prototipo è stato realizzato con neuroni di topo e la strada per arrivare a dispositivi impiantabili nell’uomo è ancora molto lunga, ma è aperta.

  È decisamente ottimista in questo senso un altro degli autori del lavoro, il neurologo Fabio Benfenati, dell’Iit: «è una dimostrazione molto importante e molto promettente per applicazioni successive», ha detto. «È una prova di concetto fatta riproducendo un’interfaccia in vitro, ma che fondamentalmente funziona». Si apre, insomma, una «nuova prospettiva per le malattie della retina che comportano cecità».

Quello che i ricercatori hanno fatto, ha spiegato Lanzani, è stato costruire un sistema di comunicazione fra un materiale artificiale e dei neuroni. «Abbiamo utilizzato dei semiconduttori organici, ossia dei polimeri simili a quelli utilizzati nel fotovoltaico, e abbiamo dimostrato che ai neuroni “piace” stare su questi materiali», ossia i neuroni sono cresciuti. Un’altra novità importante è stata sostituire gli elettrodi metallici generalmente utilizzati come conduttori con un liquido simile a quello sul quale si basa la conduzione dei segnali nervosi. Un passo in avanti non da poco, considerando che gli elettrodi metallici oggi utilizzati nelle protesi retiniche creano molto spesso reazioni infiammatorie e problemi di compatibilità.

  Il prossimo passo della ricerca sarà distribuire i fotorecettori sul polimero in modo da riprodurre il più possibile fedelmente la loro distribuzione sulla retina. In secondo luogo si studierà la possibilità di impiantare il dispositivo nei topi e solo dopo questa tappa si potrà pensare a impianti nell’uomo.

venerdì 21 gennaio 2011

Pioggia di universitari dalla Romania

Notizie - Abruzzo


Facoltà di medicinaAspiranti medici e
odontoiatri italiani iniziano gli studi nelle facoltà dell'Est
Grazie al Tar e a direttive europee possono proseguirli all'Aquila

Pioggia di universitari dalla Romania


Eludono i test per il numero chiuso iscrivendosi
all'estero e poi trasferendosi

Ci sarà un'invasione di studenti
italiani immatricolati in Romania nelle facoltà aquilane di medicina
e odontoiatria? Si direbbe di sì visto che ormai, dopo i circa
quindici ricorsi accolti dal Tar Abruzzo qualche settimana fa,
continua ad arrivare una valanga di sentenze brevi attraverso le
quali gli aspiranti medici che hanno iniziato il cammino
universitario in Romania ora possono completarlo all'Aquila, in
ossequio a una serie di norme europee sulla libera circolazione degli
studenti. Nei giorni scorsi, infatti, il Tar ha accolto i ricorsi di
altri dodici aspiranti camici bianchi che contestavano il rifiuto
serbato dall'Università a trasfersi all'Aquila. Gli studenti
provengono tutti dalla Vasile Goldis di Arad, dove si sono
immatricolati lo scorso anno. In Italia vige il sistema del numero
chiuso e accedere alla facoltà di medicina o odontoiatria significa
aver superato il test d'ammissione, in verità abbastanza
impegnativo. Immatricolarsi in una università romena dà quindi la
possibilità, a chi magari è stato escluso in Italia, di iniziare il
percorso di studi salvo poi trasferirsi e conseguire in patria la
laurea. Un modo per eludere il numero chiuso negli atenei nazionali o
una brillante iniziativa (per chi può permetterselo, naturalmente),
sfruttando la normativa Ue? Se la normativa Ue consente tutto questo
che senso ha continuare in Italia con i test d'ammissione se poi,
l'anno successivo, la popolazione studentesca si arricchisce in virtù
di una sentenza che non può non tenere conto delle leggi e dei
regolamenti comunitari? I ricorsi presentati, e tutti accolti (tranne
uno inoltrato in ritardo), contestavano il diniego di nulla osta al
proseguimento degli studi presso l'Università dell'Aquila in base
all'elenco dei posti disponibili per l'iscrizione ad anni successivi
al primo. Normalmente questo è consentito a chi proviene da altri
atenei italiani, sempre in base ad un bando per i posti disponibili.
Ma il Tar ha eccepito che il bando in questione «non fissa alcuna
preclusione nei confronti di studenti provenienti da Università
estere». Il Tar ha anche sancito che «una diversa interpretazione
sarebbe contraria all'apicale principio di libertà di circolazione e
soggiorno nel territorio degli Stati comunitari, suscettibile di
applicazione non irrilevante nel settore dell'istruzione, neppure
essendo stata in alcun modo opposta (e, per vero, neppure
prospettata) la non equipollenza delle competenze e degli standards
formativi richiesti per l'accesso all'istruzione universitaria
nazionale». A.Bag.


lunedì 17 gennaio 2011

Kangaroo Mother Care.Il metodo mamma-canguro: ultima sfida socio culturale per gli Infermieri

L’infermiere mette in primo piano la responsabilità e la deontologia professionale nell’erogare assistenza: la salute dell’individuo, il suo benessere psico-fisico, sociale e spirituale, l’informazione all’utente ed ai familiari sono il cardine del nostro agire quotidiano. Se ciò è vero in generale, lo è ancor di più quando il nostro assistito è un neonato magari pretermine e ricoverato in Terapia Intensiva. La Kangaroo Mother Care (KMC) o più semplicemente marsupioterapia si sviluppa attraverso il contatto pelle a pelle tra il neonato e la mamma, rappresenta un modo efficace per rispondere ai bisogni del bambino. Quasi due decadi di esperienza e di ricerca hanno reso chiaro come la KMC sia molto di più che un’alternativa alle cure con l’incubatrice. La KMC è stato dimostrato essere efficace per il controllo della temperatura, per l’allattamento e l’attaccamento in tutti i neonati, indipendentemente dal luogo di nascita, dal peso, dall’età gestazionale e dalle condizioni cliniche. In generale possiamo dire che la marsupioterapia deve essere proposta il prima possibile dopo una nascita prematura, a volte anche quando il bambino è intubato, in ventilazione assisitita o in altre situazioni critiche., ma soprattutto quando il prematuro non è più in incubatrice. Molti lavori scientifici hanno messo in evidenza che la KMC oltre a dimostrare che il neonato cresce di più se tenuto in marsupio, riduce notevolmente la morbilità e la mortalità fino ad arrivare, in alcuni paesi, fino al 70%; riduce significativamente la degenza ospedaliera con conseguente diminuzione dei costi di degenza a fronte di un investimento economico trascurabile.

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mercoledì 12 gennaio 2011

Cos'è il pap-test?

Il Pap-test è il test di prevenzione del Carcinoma del collo
dell'utero
, la cui forma istologica più frequente è il Carcinoma
squamoso.


Il Pap-test è un test citologico, cioè studia con l'aiuto del microscopio e diverse colorazione dei
vetrini, le caratteristiche delle cellule prelevate dal collo uterino,
individuandone le forme pretumorali e tumorali.


Vi è la fase del prelievo, meglio se eseguito in unica seduta in
visita, ma anche in consultorio dall'ostetrica. Viene eseguito tramite una
spatola di legno sulla superficie esterna del collo uterino e tramite la
rotazione di un minispazzolino, il citobrush, nel canale cervicale. Il test non
è doloroso. Per arrivare al collo dell'utero viene utilizzato lo speculum, che
dà solo un leggero discomfort.

Il pap-test previene questo tumore tramite la individuazione delle
lesioni precancerose.
Quando le troviamo le possiamo curare con metodi ambulatoriali. Così
niente Carcinoma squamoso del collo uterino. Ecco perchè il test va eseguito
proprio in assenza di sintomi
, che essendo eventuale segno di invasività,
comporta anche un eccessivo ritardo nella diagnosi.

Le lesioni precancerose vengono differenziate in basso grado e in alto
grado (o in CIN I, CIN II, CIN III), essenzialmente in base alla percentuale
dello spessore della mucosa coinvolta. Solo dopo aver coinvolto tutto lo
spessore della mucosa e quindi tutti gli strati di cellule il tumore diventa
invasivo e quindi maligno.


Qui risiede la grande importanza di questo test: arriva prima
dell'invasione e con rimozione molto limitata di tessuto o con bruciatura
limitate alla lesione, spesso molto piccola, il problema viene risolto
frequentemente senza neanche dover ricorrere all'anestesia.


Quando fare il primo pap-test?

Il primo pap-test lo inizierei dopo 12 mesi dal primo rapporto sessuale.
Questo è un tumore che deriva dal contatto del collo dell'utero con il papilloma
virus (HPV). Il virus arriva sul collo dell'utero tramite un rapporto sessuale
senza preservativo o diaframma. Dopo un primo contatto il virus necessita di
tempo per indurre le lesioni precancerose e quindi il cancro. Si può ben
attendere un anno.

lunedì 10 gennaio 2011

Inalazione di corpo estraneo in età pediatrica: assistenza infermieristica durante l'endoscopia bronchiale

L'inalazione di un corpo estraneo (CE) è un evento relativamente frequente in età pediatrica e spesso rappresenta una vera emergenza tale da richiedere un rapido riconoscimento ed un immediato trattamento allo scopo di prevenire le gravi e talora fatali conseguenze legate alla completa ostruzione delle vie aeree. Il ritardo o l'indugio nella diagnosi di inalazione di corpo estraneo può essere la causa sia di infezioni polmonari ricorrenti come di esiti fatali.
Lo strumento di elezione per l'estrazione del CE in età pediatrica è il broncoscopio rigido; il fibrobroncoscopio flessibile, attualmente usato nella diagnosi e nel trattamento di patologie dell’albero respiratorio, assume il ruolo di identificatore del CE per confermare o meno il sospetto clinico e, nel caso sia confermata la presenza di CE nelle vie aeree, per valutarne la natura, la forma e la posizione e per pianificare la parte operativa della procedura stessa. L'estrazione dei CE è una procedura delicata per la possibilità di complicanze legate al CE e/o complicanze legate a procedure di rimozione non corrette: è necessaria la perfetta conoscenza della metodica sia da parte del medico che dell'infermiere, la presenza della strumentazione adeguata all'età del paziente e un ambiente idoneo alla procedura. Di conseguenza è importante che l'intera equipe di endoscopia respiratoria sia adeguatamente addestrata all'uso di questo strumento, in particolar modo quando diventa reale una rimozione. Le procedure eseguite per sospetto di CE presso il Servizio di Endoscopia Respiratoria dell’Ospedale Pediatrico Meyer tra il 2002 e il 2009 sono state 73; 23 hanno portato all’effettivo rinvenimento di un CE (età media dei pazienti: 2 anni e 8 mesi). Per quanto riguarda la localizzazione anatomica dei CE estratti, la sede più comune è l’albero bronchiale destro (circa 2/3 dei casi), l’albero bronchiale sinistro (circa 1/4 dei casi) e, molto più raramente, le coane, il rinofaringe, l’ipofaringe e la trachea. I CE inalati sono principalmente di due tipi: organici ed inorganici. La procedura è suddivisa in 2 fasi: la prima è definita diagnostica  attraverso l'utilizzo del fibrobroncoscopio flessibile, mentre la seconda è chiamata operatoria e prevede l’effettiva rimozione del CE.

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Obesità, comincia a nove mesi

I casi di obesità infantile sono sempre di più e riguardano anche bambini piccolissimi. Intervenire in anticipo è d’obbligo

Rimaniamo sempre più colpiti dalla grande quantità di bambini obesi già in età pre-adolescenziale. Eppure, secondo un recente studio, l’obesità colpisce i piccoli ancor prima che non ce ne accorgiamo: a nove mesi di vita.

«Con l'evidenza consistente che la percentuale di bambini in sovrappeso è in costante aumento negli ultimi dieci anni, non siamo stati sorpresi dai tassi di prevalenza che abbiamo trovato nel nostro studio, ma siamo stati sorpresi dalla tendenza dell’esordio in giovane età», spiega Brian Moss, autore dello studio presso la Wayne State University di Detroit (Usa), pubblicato sul Journal of Health Promotion.

Durante lo studio sono stati analizzati i dati dei bambini dell’Early Childhood Longitudinal Study-Birth Cohort in cui ne erano stati presi in considerazione ben 16.400 nati nell’anno 2001. Di questi, 8.900 avevano circa nove mesi, mentre 7.500 bambini avevano circa due anni di età.

Il dato negativo è che quasi il 32% dei bambini che avevano soltanto nove mesi era già a rischio obesità. Ma anche quelli di due anni non erano da meno, con il 34% di rischio di sviluppare l’obesità. Stranamente, le bambine avevano un rischio ridotto rispetto ai maschi. Tra questi, però, bisognava considerare anche la famiglia di provenienza. Gli ispanici, per esempio, avevano un rischio maggiore rispetto ai bianchi; gli americani asiatci e delle isole del pacifico, quasi nullo.

«Essere in una categoria di peso indesiderato a nove mesi significa essere maggiormente predisposti a rimanere in una categoria di peso poco auspicabile», continua Moss.
Anche Joyce Lee, un esperto di obesità infantile e assistente di endocrinologia pediatrica all’Università del Michigan lo conferma: il problema è allarmante e riguarda sempre bambini più piccoli.

«Con il bambino più piccolo, è fondamentale per i genitori controllare l’apporto nutrizionale del loro piccolo perché questo determinerà il loro peso in futuro».
«Non esiste una “dieta standard” per i bambini e i giovani. I genitori dovrebbero comunicare con il loro pediatra sul modo sano per nutrire i loro figli», conclude Moss.

È indubbio che ogni persona e ogni bambino vanno trattati in modo diverso. Come nel caso di altre malattie, anche l’obesità va trattata conoscendo il singolo caso. Standardizzare le cure su un adulto o su un bambino non serve a niente, e sempre più medici dovrebbero essere consapevoli di tale problema.

lunedì 3 gennaio 2011

Dotto deferente

Ha una forma cilindrica, è lungo circa 30 cm, ha una consistenza dura dato che è fornito di un tessuto muscolare molto spesso. Il dotto deferente è la continua dei rispettivi condotti dell'epididimo. Essi fungono da sede principale di deposito degli spermatozoi maturi e da dotti escretori dei testicoli. Dalla coda dell'epididimo ciascun dotto deferente risale sino all'orifizio esterno del canale inguinale che imbocca e percorre interamente. Una volta fuoriuscito dall'orifizio interno del canale inguinale il deferente si pone di lato alla vescica piegandosi, in seguito ognuno dei due deferenti si dirige medialmente incrociandosi con gli ureteri, ricevendo in corrispondenza della faccia posteriore della vescica, il dotto escretore della vescichetta seminale. L'ultima porzione del dotto deferente è dilatata ed è definita perciò porzione ampollare.

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Evoluzione embrionale e fetale dell'apparato genitale

Maschi e femmine evolvono da un essere comune asessuato/ermafrodita dotato di genitali esterni di tipo femminile con un relativamente ampio clitoride. Nel maschio le labbra minori e quelle maggiori si fondono per formare lo scroto. Il vestibolo del clitoride si allunga e forma il pene. Nella donna la crescita delle piccole labbra e grandi labbra è molto superiore all'evoluzione del clitoride, che rimane di dimensioni ridotte.
 Nel corpo dell'embrione e del feto, si trovano 4 condotti con forma di tubicini molto esili, chiamati con l'eponimo dei loro divulgatori: due dotti di Müller e due di Wolff.
 Nel maschio i condotti di Wolff si sviluppano fino a formare i condotti eiaculatori, l'epididimo, i canali deferenti e la prostata. Gli abbozzi dei testicoli all'inizio si trovano molto più in alto, ai lati della vescica, sopra l'inguine (più o meno dove si trovano le ovaie nella donna), ghiandole gonadiche che nell'infanzia scenderanno nel canale inguinale (protette dal sacco costituito dal muscolo cremastere) e accompagnate dal funicolo spermatico per essere già presenti nello scroto (a 10 anni) prima dell'inizio della pubertà (11-12 anni).

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Medicina alternativa

Al di fuori della medicina accademica, ci sono varie medicine alternative che utilizzano metodiche differenti da quelle della medicina scientifica. Queste pratiche terapeutiche sono definite alternative perché la loro effettiva validità non è stata stabilita scientificamente, e quindi si scostano dalla medicina che invece procede sempre al vaglio sperimentale e al rigoroso esame scientifico.
Le terapie alternative sono state oggetto di svariate critiche. Un esempio ne è l'omeopatia ad oggi priva di riscontro scientifico sia per ciò che concerne l'efficacia (ricondotta, laddove presente, dalla comunità scientifica all'effetto placebo) sia per ciò che riguarda i presunti meccanismi di funzionamento.
I sostenitori delle medicine alternative affermano che parte di tale ostilità deriva dagli interessi che le aziende farmaceutiche avrebbero nel settore. In particolare gli omeopati sostengono che la farmacologia sia diventata ormai un florido business, che si basa sulla capacità di curare solo certi aspetti della malattia, causando però altri problemi, per i quali si potranno in seguito trovare altri farmaci da somministrare: in pratica si tratterebbe di un circolo vizioso in cui ad uscirne indenne è il produttore, mentre il paziente è costretto ad acquistare sempre più farmaci che in realtà non lo curano. Questo fenomeno è noto anche come Disease mongering.

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